L’atto del dipingere si configura come un processo di ricerca sulle stratificazioni dell’esistenza, capace di evocare stati interiori e di restituire un’idea del mondo come luogo magico, instabile e misterioso, spazio mentale e sospeso, in cui architetture interiori e soggettività visiva si intrecciano muovendosi sul labile confine tra visibile e invisibile.
La superficie pittorica diventa luogo di sovrapposizione di differenti spazi narrativi e di una decostruzione dell’esperienza del mondo basata sulla memoria e il sogno. La costruzione dell’immagine avviene per frammenti, attraverso discontinuità e sospensioni che escludono strutture narrative lineari, al fine di destabilizzare ogni certezza interpretativa, negando la possibilità di una visione definitiva del reale e aprendo alla coesistenza di prospettive multiple, nessuna delle quali conclusiva.
Il disorientamento emerge così come condizione esistenziale permanente. L’esperienza del perdersi è intesa come modalità di esplorazione del reale ed apertura verso una molteplicità di direzioni
